giovedì 15 settembre 2016

Recensione "Il Paradiso degli Orchi"

Titolo: Il Paradiso degli Orchi
Autore: Daniel Pennac
Editore: Feltrinelli
Anno Pubblicazione: 2012
N° pagine: 202
Genere: Narrativa

Trama
Un eroe, Malaussène, che come lavoro fa il "capro espiatorio". Una famiglia disneyana, senza mamme e babbi, con fratellini geniali, sorelle sensitive, una "zia" maschio protettrice di vecchietti, ladri e travestiti brasiliani, una "zia" femmina super-sexy, ritratto irresistibile del giornalismo alla "Actuel", una misteriosa guardia notturna serba, un cane epilettico. Questa esilarante banda di personaggi indaga su una serie di oscuri attentati, sull'orrore nascosto nel Tempio del benessere, un Grande Magazzino dove scoppiano bombe tra i giocattoli e un Babbo Natale assassino aspetta la prossima vittima. Un'altalena tra divertimento e suspence, tra una Parigi da Misteri di Sue e una Parigi post-moderna dove proliferano i piccoli e grandi "orchi" che qualcuno crede estinti. Degli orchi si può ridere o si può tremare.
Recensione
Malaussène è un ragazzo che di mestiere fa il capro espiatorio, ovvero si prende la colpa di ogni singolo malfunzionamento all'interno del centro commerciale nel quale lavora, in questo modo i clienti provando pena per il povero ragazzo, prossimo al licenziamento, ritirano le denunce e le accuse. Tutto scorre per Malaussène, che nonostante una famiglia "stramba" (la madre che continua a partorire e lasciare responsabilità al protagonista, una sorella incinta che non sa cosa fare, fratelli mitomani e quant'altro...) tira avanti finché un giorno vi è un esplosione dove lavora. Inizia così il libro a prendere una piega poliziesca, ma che lo stile di Pennac rende quasi grottesca e ironica. 
Una volta entrati nello stile di scrittura, il libro scorre in maniera piacevole, senza troppe pretese e alla fine ci si affeziona a questa strana famiglia.

Gli orari della vita dovrebbero prevedere un momento, un momento preciso della giornata, in cui ci si potrebbe impietosire sulla propria sorte. Un momento specifico. Un momento che non sia occupato né dal lavoro, né dal mangiare, né dalla digestione, un momento perfettamente libero, una spiaggia deserta in cui si potrebbe starsene tranquilli a misurare l'ampiezza del disastro. Con queste misure davanti agli occhi, la giornata sarebbe migliore, l'illusione bandita, il paesaggio chiaramente delineato. Ma se si pensa alla propria sventura tra due forchettate, con l'orizzonte ostruito dall'imminente ripresa del lavoro, si prendono delle cantonate, si valuta male, ci si immagina messi peggio di come si sta. Qualche volta, addirittura, ci si crede felici!



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